Era una bellissima mattina di agosto. Pino stava lentamente prendendo coscienza della realtà, stiracchiando con piacere braccia e gambe sotto le lenzuola. Il mondo dei sogni usciva in punta di piedi, a poco a poco, dissolvendosi tra le luci del giorno. Si stropicciò gli occhi, ravanò alla cieca sul pavimento, grattatine di palle, infine prese il cellulare.
Guardò l’ora.
“Cazzo! – esclamò – Dovevo essere al lavoro dieci minuti fa!”
Come una slavina fuori stagione, Pino scese dal pendio lettifero travolgendo ogni ostacolo sul cammino. Si sfilò il pigiama, aprì l’armadio, pescò a caso un abbinamento dal mazzo, e si vestì. Cinquantotto secondi, record del condominio. Il primato per il quartiere spettava infatti al sig. Renzulli, di quattro civici più avanti, beccato dai vicini in atteggiamenti equivoci con la gatta.
Pino fece mente locale: avrebbe saltato colazione, igiene personale, e pausa cesso. Doveva solo ricordare dove fossero le chiavi dell’auto e partire. Ma ecco che, mentre rovistava sotto ad un cumulo di pantaloni, qualcosa d’improvviso si destò.
Tensione.
Alle sue spalle incominciò a soffiare un vento gelido, penetrante. Grosse nubi nere si condensarono dentro la stanza. Pino rimase immobile, pietrificato, fissando la parete bianca davanti a sé mentre la luce mattutina cedeva il passo alle oscurità infernali. Un lontano rumore, quasi un sommesso ringhio, cominciò a pervenire dal letto. Era feroce, rabbioso, e la sua intensità non accennava a calare.
Con estrema cautela Pino cercò di voltarsi, trattenendo a stento la voglia di fuggire. La violenza degli elementi ora infuriava: c’erano detriti ovunque, oggetti che turbinavano, porte e finestre che sbattevano, e ombre malefiche che apparivano sui muri. La stanza pareva rimpicciolirsi secondo dopo secondo, la realtà stava collassando come in un buco nero.
Quando tutto sembrò sul punto d’implodere, una sagoma apparve distesa sotto le lenzuola. Si alzò di scatto, quasi fosse un coltello a serramanico, ed il silenzio tornò. Pino osservava terrorizzato quella spettrale visione, proteggendosi come poteva dietro la valigetta. Molto lentamente, ecco che il velo del lenzuolo iniziò a caderle di dosso, centimetro dopo centimetro. Il sangue nelle vene di Pino stava diventando di ghiaccio. Il respiro sussurrato, l’angoscia, il cuore impazzito. La vita gli scorse davanti le pupille, l’anima cercò invano di staccarsi dal corpo.
Infine, l’essere parlò.
“Tu – disse, con la voce che può essere solo di demoni ultraterreni e angeli caduti -, tu, Pino, non mi hai dato il buongiorno”.
Era Matilda.
La moglie.
Ma andiamo con ordine.
Spinto dalla voglia di assaggiare ancora la succosa frutta esotica, qualche giorno fa decido di tornare in terra straniera: Palermo. Nuovamente in aereo, l'unico mezzo in grado di raggiungere la Sicilia evitando inconvenienti come code, caselli, animali kamikaze che attraversano l'autostrada, e immigrati ai semafori con quei cazzo di fiori.
Il viaggio
Come da tradizione, un attimo prima di partire le gentilissime hostess hanno deliziato i passeggeri col regolamento interno, alias cosafarequandotuttovaaputtane.
Vediamo insieme alcuni punti salienti:









Conclusioni
I palermitani sono gente calorosa e gentile, persone dallo spiccato senso d'accoglienza e infinità bontà, che sanno ridere e farti sentire come a casa. Tranne quello che mi ha ospitato per la notte.
"Ah, sei musicista? E che musica fai? Rap?
"Ahah! No, guardi, io solo musica vera!"
"Mio figghio fa musica rap."
Il resto è storia e lupara caricata a sale grosso.

"In principio era il Caos. Una voragine senza fine, sterminata e nera"
La figura sostava sotto la pioggia, all'imbrunire dell'ultimo giorno. Rivoli lenti colavano sopra la tunica senza contaminarne la trama. Il sottile sussurrio della pioggia accompagnava i battiti del cuore. La forza del vento scuoteva i lembi del cappuccio e delle maniche, trasmettendo all'uomo un'innaturale frenesia. Un senso di vacuo tormento, come quello degli alberi resi vivi dall'agonia della tempesta, ne circondava i contorni. Nel mezzo di un'ignota via, ai confini ovest del regno, sarebbe iniziata la fine.
Non passò molto perchè qualcuno notasse il solitario. I furfanti governavano ove la giurisdizione veniva meno, muovendo viscidi tentacoli su qualunque appetibile occasione. Il loro dominio nel tempo si era consolidato, diventando essenza in Tamriel, la città dei Dannati, il luogo ove l'inferno incontrava sè stesso. Malal, figlio di un assassino e di un vuoto destino, uscendo dalla taverna decise che avrebbe onorato la scomparsa del padre versando sangue, ad un anno esatto dalla morte. Non importava di chi, il dolore non necessitava di un senso.
Folli idee sorgono dalle ombre della coscienza obliata, perchè in essa si cela la scintilla di un Caos primordiale, il primo e solo padrone, tumefatto e arreso ospite sopito, sospeso e sepolto in miliardi di frammenti chiamati anima. Sepolto ma non morto.
Malal ghignò rumorosamente avvicinandosi allo sconosciuto. Vide che sul volto non c'era espressione. Ovunque fosse quella mente doveva trattarsi di un posto dolorosamente vuoto. Si trattenne per qualche istante, scrutando nelle pupille dell'estraneo la possibile reazione, ma non percepì sintomo di vita. Parlò, recitò la parte che gli spettava con platealità e sentimento, quella del rude e duro, ma non giunse risposta. Un muro di silenzio costrinse Malal ad annoiarsi del proprio stesso monologo. Una piccola folla di curiosi si era intanto riunita davanti ai due. Della stessa razza di Malal, inneggiavano alla violenza e alla perdizione.
Fu allora che colpì: una forte stoccata alla base della testa, sopra le spalle, con la Furibo del genitore compianto. Avrebbe finalmente assaggiato altro sangue, nella speranza di lavare via le lacrime da una vita morta, nelle scelte ancor prima del più flebile vagito. La punta, sebbene fosse leggermente smussata, avrebbe reciso il collo all'altezza di Epistrofeo, la seconda vertebra. Una morte dolorosa per uno, corroborante per l'altro.
Ma la lama non penetrò la carne. A onor del vero non la toccò mai. In quello che sembrò un improvviso gesto di difesa, l'uomo si voltò verso Malal, e sollevando il braccio vi fece infrangere l'arma. I suoi occhi ora erano sbarrati, il viso tirato, la bocca contratta.
Confuso dalla tempesta e dalle urla dei compagni, Malal non fece caso a molti particolari. Non notò che l'impatto era avvenuto in completo silenzio. Non si accorse che nessun pezzo di metallo aveva più toccato suolo. Non capì che la lama si era dematerializzata. Pensò di aver urtato un'armatura nascosta sotto gli abiti. Un cavaliere in incognito in terre lontane. Ma cosa più importante, non fece caso al respiro: mentre tutti emettevano regolari sbuffi di vapore dalle narici e dalla bocca, strappati con avidità dal vento della bufera, qualcosa impediva all'uomo vestito in quella tunica nero e ruggine di fare altrettanto.
Muniti di lance e bastoni, e spinti dal richiamo della notte di cui impuramente si ritenevano figli, mossero all'unisono contro la figura immobile. Nessuno di essi comprese la furia che li investì. Solo Malal, in ultimo, potè ammirare le ombre della morte fuoriuscire dal petto dello sconosciuto, e decomporre la realtà circostante. In un gemito di dolore e stupore si lasciò ipnotizzare da esse, prima di venirne infine corroso.
Leviathan aveva mosso il primo passo contro il mondo.



